Dipartimento Cultura


Il marxismo, l’Europa e il ritorno delle Erinni

Nel corso della storia umana accade regolarmente che l’uomo tenga l’altro uomo ai margini della vita che scorre. E’ la storia, da sempre, dei barbari, di coloro che si trovano a vivere ai margini di una società in cui le élite di potere, si direbbe oggi, e comunque gli inclusi sfruttano le risorse disponibili a danno, parziale o totale, degli esclusi.La pandemia ha rappresentato e rappresenta tuttora il capitolo finale di una guerra, combattuta in altro modo, che va avanti da oltre un trentennio, almeno dalla fine dell’impero sovietico. L’errore di molti intellettuali è stato quello di non aver compreso, o peggio ancora aver fatto finta di non comprendere, che la fine dell’impero sovietico rappresentasse piuttosto l’occasione di poter affermare anche in Occidente la teoria marxista, basata essenzialmente sul concetto della struttura economica, naturale, legata alla condizione umana, predominante su tutte le altre.In questi trent’anni, l’Europa ha rappresentato il campo di azione del vasaio marxista; animato e incoraggiato dall’avanzata globale della Cina “comunista”. Altro errore degli intellettuali è stato quello di credere che la lotta comunista al capitalismo fosse reale, quanto invece il capitalismo rappresentava il “cavallo di Troia” dell’ideologia marxista, strutturale, economicista, mercatista.Ma, come dicevamo, la storia si ripete sempre uguale; così che, anche in questi ultimi trent’anni, i nuovi esclusi hanno nel frattempo ripreso a farsi sentire, e non solo a Taiwan o in Turchia. E così, come sempre, la Teoria è sconfitta dal Mito. I Greci antichi sapevano benissimo che la politica nasce nell’ora in cui s’intende tenere la violenza fuori dalla storia. Ma, cari intellettuali, rileggetevi la storia integrale del Mito, e dell’errore attribuibile a qualsiasi parziale Teoria, come anche quella marxista: le Erinni sono sempre parte della storia, pronte a scatenarsi di nuovo. Angelo Giubileo


L’ordine naturale e l’arte della politica

di Angelo Giubileo 04 febbraio 2021

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Il Cielo del Nord e la corsa dell’Orsa

di Angelo Giubileo 28 gennaio 2021

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Il racconto dell’inizio in terra scandinava non differisce sostanzialmente dai corrispondenti racconti delle popolazioni indoeuropee che seguiranno. Oggi, l’ipotesi più plausibile è che le antiche e poi attuali credenze abbiano avuto origine nel Baltico

Dell’inizio nella terra d’Islanda*
Nel primo racconto dell’Edda si narra della stirpe degli dei e in particolare di Allfodhr (Padre di tutti) che – secondo l’attuale concezione – domina l’intero cosmo e l’aldilà, in alto e in basso, rifugio eterno rispettivamente dei buoni e dei malvagi. E tuttavia, l’Uomo (Gangleri) si chiede cosa facesse Dio prima che fossero creati il cielo e la terra. La risposta è lapidaria: egli si trovava presso i thursi della brina.E quindi: l’inizio non è quello che noi oggi crediamo. Il secondo racconto ci dice infatti che in un tempo remoto, in cui nulla c’era esisteva Niflheimr, il mondo del ghiaccio dove sgorga una fonte d’acqua ribollente, Hvergelmir. Ma prima d’ogni cosa vi fu quel mondo, a mezzogiorno, che si chiama Muspell: in quella terra, Muspellsheimr, dimora il fuoco. Dallo scontro tra il fuoco, primigenio, e l’acqua nascono le stirpi dei giganti, uomini e dei. In mezzo a Niflheimr e Muspellsheimr sta il Ginnungagap, ovvero l’“immenso abisso” (ciò che i Greci chiameranno Caos e da cui, come dice Esiodo, è il principio di ogni cosa).Ma il racconto delle origini per gli Scandinavi non differisce sostanzialmente da quello dei Greci. Infatti: il primo nato è Ymir. Per alcuni figura d’uomo, ma secondo la Voluspa breve piuttosto un gigante da cui è nata la stirpe dei “thursi della brina” e nient’affatto un dio, in quanto Ymir è ora considerato “malvagio con tutta la sua discendenza, che chiamiamo dei giganti della brina”.E tuttavia, ancora una volta la storia che si narra è contraddetta: il gigante Ymir, nato dalle gocce di veleno della sorgente d’acqua ghiacciata di nome Elivagar, viene allevato dalla vacca Audhhumla (così come Zeus dalla capra Amaltea), che lecca le pietre coperte di brina e dalle quali nasce, così, un uomo il cui nome è Buri. Buri generò un figlio di nome Borr, e da costui si crede sia nata la stirpe degli dei. Infatti, alla ripetuta domanda già formulata a proposito di Ymir, se il narratore ritenga che egli sia un dio, stavolta l’interrogato – direi colui che sarà chiamato “oracolo” – non risponde ma prosegue il racconto dicendo che i figli di Borr, considerato quindi ora un dio, uccisero Ymir; così che la stirpe divina, con i resti smembrati del corpo di Ymir (come accadrà a Dioniso e allo stesso Cristo), procede alla sistemazione di tutti gli elementi nel cosmo (Dio-architetto) e finanche alla creazione della stirpe degli uomini (Dio-fabbro). Nel racconto scandinavo della creazione degli uomini, la stirpe nasce da due alberi che i figli di Borr – tra cui Odino – trovano su una spiaggia. Inizia così il regno di Allfodhr.Il racconto prosegue allora con la “dimora” o il “sacrario” degli dei, e qui diventa palese come per “dei” debbano intendersi tutti gli elementi che partecipano al sacrificio dell’esistenza (altro elemento, quello del sacrificio, primario ed essenziale, insieme al fuoco, della teologia vedica). La dimora o il sacrario degli dei si trova presso il frassino Yggdrasill. Si tratta dell’albero della vita – e della conoscenza, che è destinata a restare incerta -, dell’asse terrestre, dell’asse dei poli, dell’asse o palo inclinato, del filo a piombo che serve per la misura, della corda che regge la potenza di ogni elemento, e quindi anche la dimora originaria della stirpe di giganti, uomini e dei. Forse. E comunque il racconto di Snorri ci dice che Yggdrasill ha tre radici: la terza sta in cielo- dimora degli Asi. Ma, subito prima, egli ha invece detto che la terza sta sopra Niflheimr. Ma, ormai, sappiamo bene che si tratta di credenze che appartengono a tempi diversi, alcuni remoti altri recenti. E dunque quel che è certo, così sembrerebbe, è che tre radici sostengono l’albero (…): una nella terra degli Asi e l’altra in quella dei giganti della brina (…); ma la terza sta sopra Niflheimr, e quindi anch’essa si trova nel mondo dei giganti della brina, ma a differenza della prima – a questo punto da ritenersi tale -, sita là dove una volta c’era il Ginnungagap. Che abbiamo detto essere il nome dell’abisso originario, incerto e destinato a restare tale per sempre, da cui tutto proviene.
*un’ipotesi ricostruttiva la cui fonte è l’Edda di Snorri attraverso la pubblicazione dell’Adelphi 1975.
Angelo Giubileo – 23 gennaio 2021


Parmenide, l’essere e l’antico tesoro

La vita degli uomini si compone di due “elementi” (dal greco antico), entrambi essenziali ma uno soltanto imprescindibile: lo spazio (ciò che Heidegger chiama dimora) e il tempo. E pertanto Esiodo dice nella Teogonia che, tradotto: in principio è lo spazio. Tutte le storie dei miti, a cui si rifanno nel tempo tutte le teorie, narrano di una dimora originaria e di un approdo futuro di cui però, si capisce bene, non si può avere alcuna certezza. Sono molti oggi i fisici, anche assai noti, che negano l’esistenza del tempo. Eppure “i nostri più antichi progenitori” (come li chiama Aristotele nella Metafisica) già sapevano ciò. Essi, in ordine al tempo, parlavano piuttosto di “viaggi degli dei”, intesi come vie o sentieri (con riferimento ancora una volta a Heidegger) di ogni elemento dell’Essere. Ricorre quasi un anno dalla morte di Emanuele Severino, il cui percorso non sempre ho condiviso. In proposito, scrive oggi Armando Torno che la riscoperta della verità da parte di Parmenide è per Severino “come il pirata che torna sull’isola a dissotterrare il tesoro”. Parmenide avrebbe detto invece che il “tesoro” dimora nell’essere, privo di un dio, che è e non è possibile che non sia.

Angelo Giubileo – 22 gennaio 2021


Controstoria delle origini del mondo

L’Edda è la maggiore fonte d’informazioni sulla mitologia norrena. Il racconto dell’Edda relativo alle origini del “mondo” (Muspell) è estremamente importante, perché contiene la spiegazione scientifica di un evento fondamentale forse per l’intera nostra stirpe.  In breve: a seguito dell’ultimo periodo di glaciazione (10000–8000 a.e.a.), riguarda il periodo delle grandi migrazioni (8000-5000 a.e.a.) che determinano il trasferimento della dimora abitativa originaria dal circolo polare artico verso Sud. L’Edda ci dice che l’origine del Sole è a Sud. Il detto si può spiegare soltanto con il fatto che al Polo Nord “un anno è un giorno e una notte”. Ovvero: l’anno conta, per approssimazione, sei mesi di giorno e sei mesi di notte. Ragione per cui il Sole, durante il giorno, fermo sopra l’orizzonte di cielo e terra, doveva per l’osservatore al Polo provenire in qualche modo da Sud. Non avrebbe potuto infatti provenire da Nord, perché nel racconto scientifico dell’inizio la dimora del Sole rappresenta il punto più alto (zenit) rispetto all’osservatore. Questo racconto scientifico dell’inizio costituisce la fonte primaria di ogni successivo mito politico e religioso che seguirà.

Angelo Giubileo – 21 gennaio 2021


La realtà supera ogni ideologia di Angelo Giubileo

Nell’adversus Colotem, Plutarco conclude saggiamente che la teoria delle idee di Platone genera confusione mediante il linguaggio e l’uso inappropriato che ne deriva. Carl Schmitt, da molti definito “il giurista di Hitler”, ha sostenuto fino al 1978 l’idea di costruire “grandi spazi contro l’universalismo dell’egemonia mondiale angloamericana”, ritenuta viceversa sostenitrice dell’idea di costruire uno “spazio globale”. L’idea del “grande spazio” di Schmitt, nel corso dell’ascesa del Terzo Reich, si scontrò anche con l’idea di “spazio vitale” dei nazionalsocialisti, che rivendicavano il diritto a una libertà discriminatoria ed espansionista incentrata su valori biologico-razziali. Nell’attualità, queste diverse concezioni dello “spazio” hanno mutato significato e interpreti: la Cina condivide l’idea di uno “spazio globale” finanziario, gli USA e la Gran Bretagna si riappropriano di “spazi vitali” di autonomia, l’Unione Europea fa propria l’idea del “giurista di Hitler” di costruire un “grande spazio”. Ma, in proposito, lo stesso Schmitt avvertiva: “Anche qualche <buon europeo> si aspetta l’unità politica dell’Europa ancora soltanto come sottoprodotto (per non dire di scarto) di un’unità politica globale del nostro pianeta”.

07 gennaio 2021


Ultimo saggio di Angelo Giubileo – E’

Tutte le storie tracciano una via. Ma: esiste una sola via che le accomuna tutte? Sì, è la via parmenidea della verità e della giustizia: l’antichissima via dell’epochè. Allora di via resta soltanto una parola, che <è>.

È uscito oggi per Tiemme Edizioni Digitali il saggio definitivo che completa la trilogia: “È”.Il saggio è in vendita presso tutte le librerie on line. https://www.amazon.it/dp/B08RXMQPDT/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=angelo+giubileo+e%27&qid=1609662068&s=digital-text&sr=1-1


L’Europa e la sconfitta dell’Italia ex-comunista

Lo storico marxista Eric Hobsbawm è stato autore di una trilogia che termina con il saggio dal titolo Il Secolo breve (sottotitolo: 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi). In esso, l’autore parla dei fallimenti disastrosi dei nazionalismi, del comunismo e del capitalismo. E invece: dopo trent’anni, il capitalismo non arresta la sua marcia trionfale; tanto che perfino la Cina ha adottato un modello dirigista di capitalismo. I nazionalismi riemergono con vigore e già talvolta con successo, come in Gran Bretagna. Il comunismo appare, viceversa, morto e sepolto. In Italia, la storia del comunismo inizia con la scissione di Livorno, di cui il prossimo 21 gennaio ricorre il centenario. Dopo la caduta del Muro di Berlino, da cui lo storico britannico prende le mosse per dichiarare la fine del cosiddetto “secolo breve”, in Italia gli ex-comunisti non hanno mai reso una dichiarazione di fallimento, come afferma viceversa lo storico marxista, né svolto un’analisi critica tale da rinverdire la linfa dell’albero socialista da cui cent’anni fa i progenitori decisero di staccarsi. Cinque anni fa, Matteo Renzi ha traghettato gli eredi italiani della tradizione comunista nel Partito Socialista Europeo. Ancora oggi, dubito fortemente che quegli stessi eredi abbiano condiviso; tanto che, a distanza di soli cinque anni, per l’appunto, Renzi è diventato il nuovo odioso “nemico” che entra a far parte di una tradizione, per l’appunto, secolare. Che appare morta e sepolta.

Angelo Giubileo – 02 gennaio 2021


L’era dell’antropocentrismo

Complice forse l’Illuminismo e ancor più la scoperta dell’Evoluzionismo darwiniano, dall’Ottocento in poi la nozione di “progresso” ha conquistato, tranne poche eccezioni, la cultura e l’immaginario collettivo, “antropocentrico”, dell’intero pianeta. L’idea di progresso ha oltrepassato perfino la tradizione sacrale e universale del rito del sacrificio con cui l’uomo, differenziandosi dalle altre specie animali, ha idealizzato e assunto in forma liturgica il rito stesso – relativo al sacrificio del toro, dell’agnello o altro animale da macello – come massimamente gradito a Dio. Questo antichissimo rituale prosegue nell’attualità, ma non è più normale che noi ci interroghiamo sul male dell’uccisione impartita e patita dall’animale. Nell’antichità, per i sacerdoti greci era normale invece che s’interrogassero e ricordassero a tutti i convitati il perché del sacrificio e del rito e cioè la primazia dell’uomo sulle altre specie animali. Infatti, gli stessi sacerdoti spruzzavano un po’ d’acqua sulla fronte dell’animale che, scuotendo il capo, dava l’impressione, naturalmente errata, di acconsentire al proprio sacrificio. Oggi, di fronte alla crisi del pianeta, davvero è finita l’era dell’antropocentrismo?

Angelo Giubileo – 31 dicembre 2020


Lo spazio vitale dei populismi

Noi umani – in particolare la specie del Sapiens – abbiamo imparato a giocare con gli elementi così come si fa con i mattoncini del Lego. “Elementi” furono chiamati gli oggetti fondamentali della geometria: piano, punto, retta e angolo. Platone – pur consapevole del fatto che l’essere dello spazio precede la dinamica del tempo, come saggiamente precisato da Esiodo nella Teogonia (v. 116) – chiamava lo spazio “il ricettacolo” mentre il tempo “l’immagine mobile dell’eternità”; alla quale tuttavia come spazio si augurava in qualche modo di tornare; così come Ulisse alla sua Itaca. Soprattutto dopo aver condiviso l’esperienza tragica del nazionalsocialismo, Carl Schmitt sosteneva l’opportunità di costruire piuttosto “un grande spazio”, anziché “uno spazio globale”, ritenendo che ogni ordinamento giuridico, per essere valido ed efficace, debba presupporre un’adeguata e differenziata suddivisione dello spazio in cui si svolge la scena della vita: il famoso o famigerato “spazio vitale”. Al tempo della Brexit e del ritorno dei populismi, il pensiero di Schmitt ritorna senz’altro attuale.

Angelo Giubileo


LIBERAMENTE di Angelo Giubileo – 24 dicembre 2020

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LIBERAMENTE di Angelo Giubileo – 23 Dicembre 2020

L’Italia, l’euro e il lato oscuro nascosto

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Radical choc: una recensione

di Angelo Giubileo 18 dicembre 2020

E’ già difficile solo immaginare che un saggio sia capace di spiegare come va il mondo, almeno da quando gli uomini hanno deciso di non essere più nomadi e vivere in modo stanziale, in Occidente così come in Oriente; che questo saggio sia stato invece addirittura scritto appare paradossale, ma evidentemente non lo è affatto. La ragione di questo apparente paradosso credo che risieda nel fatto che l’autore – Raffaele Alberto Ventura – così come dice Alessandro Aresu, “è interessante per il modo in cui svolge la sua professione intellettuale, secondo tre principali canali: stare fuori dall’accademia ma traendo spunti anche da dibattiti universitari; contribuire a imprese culturali europee come Le grand Continent; cazzeggiare su Internet”.Il saggio s’intitola “Radical choc” (Einaudi 2020). Il linguaggio discorsivo non è sempre agevole. Il saggio si avvale di numerosi riferimenti a opere e scritti di autori sia antichi che moderni, appartenuti e appartenenti a diversi settori della cultura universale, e in particolare al pensiero di uno dei più importanti filosofi della tradizione araba, Ibn Khaldun (1332-1406).La società, civile e civilizzatrice – tanto per semplificare e a emblema: la polis di Platone e Aristotele -, nasce universalmente dall’esigenza di garantire una sempre maggiore sicurezza possibile dagli eventi naturali che generano incertezza. La Ragione assolve dunque a una nuova funzione, affatto originaria, di sottoporre il caos alla legge dell’organizzazione politica; sostituendo al modello naturale di vita dell’uomo un diverso modello artificiale, fatto “a immagine e somiglianza” del precedente, che Platone e gli antichi chiamano divino. La Ragione diventa così uno strumento non più profetico ma dialettico (i cui errori Plutarco evidenziava già in La fine degli oracoli). Il caos non appartiene più all’ordine naturale delle cose ma ai componenti della società che occorre istruire (come nell’Accademia di Platone) e far diventare i “competenti” di oggi. La legge dell’organizzazione – con il suo stuolo di competenti e in primis re, sacerdoti, filosofi e giuristi – prende il posto della giustizia o meglio dell’ingiustizia divina di cui Anassimandro aveva detto: Ma da ciò da cui per le cose è la generazione, sorge anche la dissoluzione verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti reciprocamente giustizia e ammenda per l’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo.L’ingiustizia legata all’incertezza è quindi il fondamento del Logos. La questione può essere affrontata sia da un punto di vista “epistemologico” che “sociale e politico”. L’Autore decide pertanto di limitare l’analisi nel saggio all’ottica sociale e politica; ma, com’è già forse sembrato evidente da queste mie iniziali note di commento, l’impresa non può essere del tutto sganciata da una disamina “epistemologica”, alla quale non intendo viceversa sottrarmi.All’inizio del processo di razionalizzazione-civilizzazione, “la legittimità dei poteri e dei saperi” non deriva più da un ente trascendentale – che si serve della mediazione mistica e irrazionale, ovvero pro-fetica, di uno sciamano od oracolo -, bensì dalla “classe dei competenti”: “la competenza riduce l’incertezza. Il competente è una macchina che riduce l’incertezza e garantisce la sicurezza” (64).Il rapporto tra la sicurezza e i competenti si snoda attraverso i secoli in funzione del mezzo – che è e diventa sempre più la macchina – e non invece dello scopo. E cioè: lo scopo di garantire la sicurezza o meglio di diminuire l’incertezza genera un sistema economico di costi e benefici tale che nel 1967 l’economista Galbraith conclude: “Stiamo diventando i servitori, nel pensare come nell’agire, della macchina che abbiamo creato perché ci servisse” (74). E addirittura: “Nello stesso anno, il 1967, in cui uscivano contemporaneamente i libri di Debord, Mumford e Galbraith, la Metro-Goldwin-Mayer mandava in onda quello che sarebbe stato il penultimo episodio della sua serie animata più celebre: Tom & Jerry. E’ un episodio strano, I robot si ribellano, che sembra reagire all’esaurimento di tutte le possibili idee e soluzioni narrative sviluppate in ventisette anni di onorata carriera decontestualizzando i personaggi in maniera piuttosto improbabile” (90).E comunque l’origine dello Stato moderno, il processo di razionalizzazione-civilizzazione è per la prima volta validamente ed efficacemente descritto dal Leviatano di Hobbes (1651): “la minaccia che conduce all’autolimitazione da parte di ciascuno e alla costituzione del Leviatano è in origine la paura di morire. Nato per limitare una particolare fonte di incertezza, lo Stato si estende poi a tutte le incertezze minori: parte del rischio di perdere la vita e arriva a quello di perdere i propri diritti o la proprietà” (96). Lo Stato moderno segue cioè lo stesso tentativo dell’Impero romano, di Carlo Magno e della Chiesa medievale di globalizzare il sistema che intende ridurre progressivamente l’incertezza del mondo, caratterizzando in definitiva “l’ascesa del capitalismo” (100). Così che, già prima di Galbraith, Robert Michels aveva sintetizzato: “l’organizzazione, da mezzo per raggiungere uno scopo, diviene fine a se stessa”. E in definitiva: “sembra di vedere, con cinquant’anni di anticipo, la stessa follia che colpisce l’intelligenza artificiale HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio: <la tendenza a eliminare tutto ciò che potrebbe fermare il meccanismo>” (118).E qui, a mio parere, nel discorso s’introduce già di per sé il salto da un punto di vista “sociale e politico” a uno prettamente “epistemologico”; nel senso che la prospettiva del paradigma di riferimento all’interno del sistema-mondo potrebbe mutare: dal reale al virtuale, dal valore economico di scambio al valore artificiale che un nuovo processo di razionalizzazione-automazione potrebbe generare nell’ambito di un nuovo Apparato di sistema tecnico-scientifico.Ma, rispettando la scelta dell’Autore, proseguiamo nella disamina analitica della questione da un punto di vista “sociale e politico” e quindi per quanto attiene, come anticipato, all’ascesa del capitalismo. Nel suo progressivo sviluppo, l’Autore estrapola la legge che lo contraddistingue e che Joseph Schumpeter ha messo in luce per primo: ogni sistema capitalistico tende necessariamente a rendimenti decrescenti. Ciò significa che l’intero sistema-mondo attuale non solo conduce alla riduzione dei rendimenti del capitale economico, simbolo per antonomasia del sistema capitalistico, ma piuttosto e in modo totalitario alla riduzione dell’intero capitale o patrimonio simbolico ovvero il jah. “Il jah è status, prestigio, fama, riconoscimento, reputazione, credito, onore, cultura: l’immagine che ognuno di noi proietta, la percezione sociale delle proprie competenze”. E in definitiva: “il potere che alcuni uomini esercitano sugli altri” (157) (…) La classe competente gestirà con difficoltà sempre maggiore la complessità del mondo e inizierà a generarne di nuova. Più una struttura è grande, più sono alti i costi che deve sostenere per gestire la complessità” (187). Emergeranno, in fine, gli scarti e quindi coloro che inizieranno a fare le spese dell’azione distruttrice del capitalismo saranno i molti o moltissimi competenti, quelli che prima erano i pochi intellettuali e ancor prima i pochissimi filosofi: “Tenendo a mente l’insegnamento di Joseph Schumpeter sui cicli industriali, ci pare di poter considerare la circolazione delle élite come una forma di distruzione creatrice che segna diversi <cicli di legittimità>: il cambio di paradigma sembra precedere sia il collasso del sistema vigente che la totale operatività del sistema sostitutivo, lasciando sussistere un periodo di caos” (206).Ma: se così sarà, vorrà dire che ha ragione l’Autore quando immediatamente aggiunge: “Questa (ndr: la fase attuale) crisi di paradigma è (ndr: sarà) contemporaneamente economica ed epistemologica” (208). E tuttavia non può necessariamente Egli stesso non nutrire il dubbio dell’incertezza. Il rischio c’è ed è sempre più alto, come ha dimostrato la tragica esperienza del Nazionalsocialismo. A un’analisi superficiale condotta in generale dai media, l’Autore contrappone fulgide parole – parmenidee – di “verità e giustizia”: “Ad affrontare di petto il paradigma meccanicista della civiltà moderna fu un intellettuale di levatura sicuramente più grande rispetto a Mussolini (ndr: quello socialista del 1920): Carl Schmitt. Allievo di Max Weber e dal 1933 intellettuale organico al nazionalsocialismo, il giurista denunciava nel 1936 l’incubo di uno <Stato centralistico. Dal funzionamento calcolabile>, opponendogli la sua teoria della decisione pura, che avrebbe dovuto realizzarsi con Hitler (…) Nella visione schmittiana c’era da una parte la burocrazia, fredda, e dall’altra la politica, calda e pulsante come la vita, capace forse di reincantare il mondo, ma prendendosi il rischio di distruggerlo (…) Di fatto, bisogna ammettere che la tragedia fu il risultato dell’incontro tra due fattori: un’organizzazione di tipo industriale e un’ideologia mortifera che la fece letteralmente deragliare dai suoi scopi originari: organizzare, approvvigionare, trasportare, proteggere …”. Dopo la fine del Nazionalsocialismo, “tutti convenivano sul fatto che qualcosa era sfuggito al controllo. Mezzo secolo più tardi, Zygmunt Bauman scriverà: <L’Olocausto fu pensato e messo in atto nell’ambito della nostra società razionale moderna, nello stadio avanzato della nostra civiltà e al culmine dello sviluppo culturale umano: ecco perché è un problema di tale società, di tale civiltà e di tale cultura” (215-217).E allora, oggi, qual è dunque il rischio? A parte quello epistemologico, derivante a mio parere piuttosto dal processo di razionalizzazione-automazione in atto, Ventura conclude altresì, dubitativamente: “Con questa crisi abbiamo assistito semplicemente all’accelerazione di un processo, già in atto da anni, di adattamento delle strutture politiche a un mondo sempre più popolato da rischi ed emergenze. E se fossimo stati democratici soltanto finché abbiamo potuto permettercelo?” (226-227). 


LIBERAMENTE di Angelo Giubileo 17 dicembre 2020

Il ruolo e la funzione dell’intellettuale

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