Quirinale, il vero banco di prova è la credibilità della politica

Le recenti dichiarazioni della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, secondo cui il Presidente della Repubblica non debba essere necessariamente espressione della sinistra, meritano una riflessione seria e non ideologica.
«Nessuna forza politica può rivendicare una sorta di diritto di prelazione sul Quirinale», afferma Natale Cosimo Virardi, componente del Comitato dei Garanti dei Liberaldemocratici Italiani. «La Presidenza della Repubblica appartiene alla Nazione e non a una parte politica. È una funzione di garanzia, di equilibrio e di unità nazionale, che la Costituzione affida a una figura capace di rappresentare tutti gli italiani, indipendentemente dalle appartenenze».
Per i Liberaldemocratici Italiani, il principio richiamato dalla Presidente del Consiglio è condivisibile: il Capo dello Stato non è e non deve essere il Presidente di una parte. Proprio per questo, tuttavia, la sua individuazione non può trasformarsi nell'obiettivo di una campagna elettorale permanente.
«È qui che emerge una questione politica che il centrodestra dovrà affrontare», prosegue Virardi. «Da un lato rivendica legittimamente la possibilità di esprimere, quando sarà il momento, una candidatura al Quirinale; dall'altro continua a mantenere al proprio interno componenti caratterizzate da posizioni fortemente sovraniste e populiste».
Secondo i Liberaldemocratici Italiani, la domanda è inevitabile: può una coalizione che aspira a guidare stabilmente il Paese continuare a fondare i propri equilibri sul peso determinante delle componenti più radicali? Si tratta di un interrogativo che riguarda non soltanto gli assetti politici interni, ma anche la credibilità internazionale dell'Italia, il rapporto con l'Europa e la qualità della democrazia liberale.
«Non si tratta di demonizzare alcuna posizione politica», precisa Virardi. «In una democrazia ogni idea ha pieno diritto di cittadinanza. È però legittimo interrogarsi se il futuro del centrodestra debba essere costruito inseguendo il consenso delle pulsioni populiste oppure rafforzando una cultura di governo fondata sul riformismo, sull'europeismo, sull'atlantismo e sulla responsabilità istituzionale».
Le dichiarazioni della Presidente del Consiglio sembrano inoltre aprire, con largo anticipo, il confronto sul prossimo Capo dello Stato. Una lettura politica possibile, anche se non l'unica. Parlare oggi del Quirinale significa inevitabilmente alimentare un dibattito destinato ad accompagnare i prossimi anni della legislatura. Saranno i fatti a chiarire se si tratti di una semplice riflessione istituzionale o dell'avvio di una più ampia strategia politica.
«L'Italia non ha bisogno di una contrapposizione permanente tra destra e sinistra, né di una rincorsa continua agli estremismi», conclude Virardi. «Ha bisogno di una grande area liberale, democratica, moderata ed europeista, capace di parlare al Paese reale, alle imprese, ai professionisti, ai lavoratori, ai giovani e a quanti chiedono una politica competente e credibile. Il Quirinale non può essere il premio di una vittoria elettorale né il simbolo di una rivincita ideologica. Deve restare il presidio più alto dell'equilibrio costituzionale e dell'unità nazionale. Il vero tema non è se il prossimo Presidente della Repubblica debba provenire dalla destra o dalla sinistra, ma se la politica italiana saprà esprimere una classe dirigente all'altezza delle istituzioni repubblicane oppure continuerà a sacrificare il senso dello Stato sull'altare del consenso. Da questa risposta dipenderà non solo il futuro del Quirinale, ma la qualità della nostra democrazia».