Lo Stato di diritto non è vendetta

Tra sicurezza, legittima difesa e responsabilità: una democrazia liberale vive di regole, non di emozioni. «Le leggi sono le condizioni colle quali uomini indipendenti e isolati si unirono in società». - Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene
Le vicende giudiziarie che riguardano episodi di violenza e di legittima difesa suscitano inevitabilmente emozioni profonde: paura, senso di insicurezza, bisogno di protezione per sé stessi e per i propri cari. Sono sentimenti comprensibili, che una politica responsabile deve ascoltare. Ma proprio nei momenti più delicati una democrazia liberale ha il dovere di riaffermare un principio fondamentale: lo Stato di diritto non può essere sostituito dall’emozione del momento. «Difendere il cittadino aggredito è un dovere delle istituzioni —afferma Nino Virardi, del Comitato dei Garanti dei Liberaldemocratici Italiani — ma una democrazia liberale deve anche ricordare che la sicurezza non può trasformarsi nella negazione delle regole. La legittima difesa è un diritto; la vendetta privata è l’opposto della civiltà giuridica». La legittima difesa rappresenta infatti uno dei principi fondamentali del nostro ordinamento. Nessun cittadino può essere chiamato a subire passivamente un’aggressione ingiusta e attuale. L’articolo 52 del Codice penale riconosce il diritto di reagire quando la difesa è necessaria e proporzionata rispetto al pericolo.
Ma proprio perché il diritto alla difesa è riconosciuto, la legge ne stabilisce anche i limiti. La difesa esiste finché esiste un’aggressione da respingere. Quando il pericolo è cessato e la minaccia non è più attuale, la natura della reazione cambia: non si tutela più un diritto, ma si rischia di infliggere una punizione. È questo il confine essenziale tra autodifesa e vendetta.
«Il superamento della vendetta privata è uno dei fondamenti dello Stato moderno —sottolinea Virardi —. Beccaria aveva compreso che la convivenza civile nasce quando gli individui affidano alla legge e alle istituzioni il compito di amministrare la giustizia. Se ogni persona potesse decidere autonomamente quando e come punire, non avremmo più il diritto, ma il prevalere della forza».
Spetta quindi ai giudici valutare, caso per caso, se una reazione sia stata necessaria, proporzionata e conforme alla legge. È un compito complesso, talvolta doloroso e spesso impopolare, ma non può essere sostituito dal giudizio delle piazze virtuali, dalle campagne mediatiche o dal consenso politico del momento. Anche il tema del risarcimento riconosciuto agli eredi in caso di superamento dei limiti della legittima difesa deve essere affrontato con equilibrio. Una simile decisione non rappresenta un premio a chi abbia commesso un reato, né costituisce un giudizio morale positivo sulla sua condotta. È una conseguenza giuridica collegata all’accertamento di una responsabilità. «In uno Stato costituzionale i diritti non dipendono dalla simpatia o dall’antipatia verso una persona — evidenzia Virardi —. Le garanzie dell’ordinamento esistono proprio perché la legge deve essere applicata secondo principi generali e non sulla base delle emozioni o della pressione del momento». Il dibattito sulla legittima difesa mostra spesso due errori contrapposti. Da una parte vi è chi ritiene che ogni reazione della vittima sia automaticamente giustificata, fino a confondere la difesa con il diritto di punire. Dall’altra vi è chi sottovaluta il bisogno reale dei cittadini di sicurezza e protezione. La posizione dei Liberaldemocratici Italiani rifiuta entrambi gli estremi. «Difendere la legittima difesa significa riconoscere il diritto del cittadino a proteggere la propria vita e quella dei propri familiari quando esiste un pericolo reale — conclude Virardi —. Difendere lo Stato di diritto significa affermare, con la stessa fermezza, che quando il pericolo termina deve essere la giustizia dello Stato, e non la volontà del singolo, a stabilire le conseguenze».
Una democrazia liberale non si misura soltanto da come tutela chi ha ragione, ma dalla capacità di applicare i propri principi anche nei casi più difficili e impopolari. Uno Stato autorevole non è uno Stato debole e non è uno Stato autoritario. È uno Stato capace di proteggere i cittadini quando sono realmente in pericolo e, nello stesso tempo, capace di impedire che la paura sostituisca il diritto, che l’istinto prevalga sulla ragione e che la vendetta prenda il posto della giustizia.