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Il punto di Carlo Morganti

 Un filorosso ha attraversato la settimana europea: la fine delle illusioni.

L'illusione che la sicurezza possa essere delegata agli Stati Uniti; che la competitività possa sopravvivere senza riforme; che la transizione ecologica possa prescindere dalla crescita; che basti amministrare l'esistente per riconquistare il consenso.

Il vertice NATO ha sancito una realtà che l'Europa ha troppo a lungo rinviato. Donald Trump non è la causa del problema, ma il sintomo di un cambiamento in atto da anni: gli Stati Uniti chiedono agli europei di assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza.

Per un liberale questa non è una cattiva notizia. È, piuttosto, l'occasione perché l'Europa diventi finalmente protagonista del proprio destino.

Investire nella difesa non significa militarizzare il continente, ma rafforzarne la sovranità politica, tecnologica e industriale. La risposta, però, non può essere una corsa nazionale agli armamenti. Servono una difesa comune, acquisti condivisi, ricerca integrata e un autentico mercato unico del settore. È la linea che i Liberaldemocratici Italiani sostengono con convinzione: più integrazione europea, più cooperazione e meno frammentazione, perché nessuno Stato membro può affrontare da solo le grandi sfide del nostro tempo.

Lo stesso vale per l'economia. La crisi della Volkswagen è il simbolo di un'Europa che ha moltiplicato regole e vincoli senza preoccuparsi abbastanza della competitività delle proprie imprese. La transizione ecologica resta una priorità, ma non può trasformarsi in dirigismo. Servono energia a costi competitivi, meno burocrazia, mercati dei capitali più efficienti e maggiori investimenti in ricerca e innovazione.

Il riformismo liberale non sceglie tra ambiente e industria. Sa che senza crescita non esistono né sostenibilità né giustizia sociale. Sono le imprese, con la ricchezza che producono, a finanziare innovazione, welfare e transizione energetica.

Per questo i Liberaldemocratici italiani propongono un'agenda di riforme che rimetta al centro la libertà economica, la concorrenza, il merito e la responsabilità sociale, liberando energie oggi soffocate da un eccesso di burocrazia.

Anche la politica offre spunti di riflessione. La decisione che consente a Marine Le Pendi candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027 ricorda un principio fondamentale di ogni liberaldemocrazia: gli avversari politici si sconfiggono nelle urne, non nelle aule di tribunale.

Il caso Farage conferma, invece, che liquidare il populismo come una parentesi irrazionale significa non comprenderne le cause profonde. Ma inseguirlo sul terreno del nazionalismo e del protezionismo sarebbe un errore altrettanto grave.

La risposta resta quella liberale: istituzioni efficienti, concorrenza, mobilità sociale, crescita economica e uno Stato che faccia meglio ciò che gli compete, invece di fare tutto.

La stessa logica vale per le grandi piattaforme digitali. Regolare è necessario, ma senza soffocare innovazione e concorrenza. Un mercato libero non è un mercato senza regole: è un mercato nel quale nessuno, pubblico o privato, può abusare della propria posizione dominante. L'Europa ha davanti una scelta decisiva. Continuare a rinviare le riforme significherebbe accettare un lento declino. Occorrono più mercato unico, più investimenti in ricerca, più concorrenza, meno burocrazia e una vera integrazione politica nei settori strategici. È questa la visione che i Liberaldemocratici Italiani intendono portare nel dibattito pubblico: un'Europa più forte perché più unita, più competitiva perché più libera, più autorevole perché capace di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Il tempo delle esitazioni è finito. La sfida non è difendere l'Europa che abbiamo ereditato, ma costruire quella che ancora manca.

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