Il punto di Carlo Morganti - Il risveglio dei cespugli liberali: Tra improvvisi fermenti e antiche ambizioni

Con l'avvicinarsi delle elezioni politiche, il variegato universo del liberalismo italiano sembra improvvisamente attraversato da un'insolita e frenetica vitalità. Sigle, siglette, gruppi, associazioni e piccoli movimenti, alcuni dei quali rimasti per anni in un confortevole letargo politico, si ridestano come per incanto, riscoprendo il fervore dell'iniziativa pubblica e, soprattutto, il fascino delle prospettive elettorali.
Una singolare fioritura di cespugli liberali, ciascuno con la propria insegna, il proprio piccolo seguito, le proprie ambizioni e l'immancabile pretesa di rappresentare l'autentica tradizione liberale. Non mancano sigle dalla consistenza organizzativa tutta da verificare, talvolta prive persino di una riconoscibile formalizzazione giuridica, ma già pronte a rivendicare ruoli, rappresentanza e interlocuzioni politiche.
Naturalmente, tutti si dichiarano favorevoli all'unità dei liberali, purché siano gli altri ad aggregarsi intorno a loro. Tutti invocano il superamento delle divisioni, salvo alimentarne quotidianamente di nuove. Tutti auspicano una casa comune, purché ciascuno possa conservarne le chiavi.
E così, mentre si moltiplicano convegni, dichiarazioni, incontri e annunci di improbabili ricomposizioni, continua a prevalere una curiosa concezione del pluralismo: nessuna iniziativa altrui è mai sufficientemente valida, nessuna proposta abbastanza liberale, nessuna aggregazione meritevole di sostegno, se non contempla un ruolo di primo piano per i suoi promotori.
Viene allora spontaneo domandarsi se questo improvviso risveglio sia davvero il frutto di una ritrovata passione ideale oppure, più prosaicamente, della speranza di conquistare quel posto al sole che la politica, fino a oggi, ha ostinatamente negato a molti aspiranti protagonisti.
Vi sono, peraltro, realtà che dispongono di risorse economiche e organizzative non trascurabili, circostanza che rende ancora più opportuno interrogarsi sulla loro effettiva rappresentatività e sulla capacità di tradurre mezzi e disponibilità in proposte politiche concrete. Perché le risorse possono sostenere un progetto, ma non possono sostituirne la credibilità. Il paradosso è che proprio quanti più frequentemente proclamano la necessità di riunificare la diaspora liberale finiscono, non dirado, per perpetuarne la frammentazione. Si invoca l'unità e si pratica la divisione; si celebra il confronto e si coltiva la contrapposizione; si richiamala grande tradizione liberale, salvo ridurla a una competizione tra personalismi e ambizioni individuali.
Il liberalismo non è una qualifica da esibire all'approssimarsi delle elezioni, né un lasciapassare per accedere alle trattative sulle candidature. È una cultura politica, una visione delle istituzioni, un sistema di valori e, soprattutto, una testimonianza di coerenza che non può conoscere risvegli a scadenza elettorale.
L'unità dei liberali non si costruisce sommando sigle, distribuendo ruoli o assecondando aspirazioni personali. Richiede serietà, generosità politica, programmi condivisi, radicamento territoriale e, soprattutto, la disponibilità a subordinare le ambizioni individuali a un progetto collettivo.
Sarebbe dunque auspicabile che, prima di annunciare l'ennesima federazione, il prossimo coordinamento o una nuova aggregazione, ciascuno chiarisse quale contributo politico, culturale e programmatico intenda realmente offrire al Paese.
I Liberaldemocratici Italiani, costituiti nel 2007, rivendicano la continuità del proprio impegno politico e la coerenza di una scelta liberale, democratica ed europeista che non nasce dalle convenienze di una stagione elettorale. Una storia che non pretende primogeniture né esclusive, ma he considera la credibilità e la continuità dell'azione politica condizioni essenziali per ogni seria prospettiva di collaborazione. Il liberalismo italiano non ha bisogno di nuovi cespugli da coltivare in prossimità delle urne, ma di una cultura politica capace di superare particolarismi, vanità e rendite di posizione. Perché, in definitiva, essere liberali per convinzione è una scelta politica; scoprirsi liberali per convenienza è soltanto un espediente elettorale.
E sarebbe davvero singolare se, dopo anni di letargo, il tanto proclamato risveglio liberale dovesse risolversi nell'ennesima, affannosa ricerca di una poltrona.