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Il punto di Carlo Morganti

 La settimana politica appena trascorsa ha offerto, ancora una volta, l'immagine di una politica spesso più impegnata a discutere dei propri equilibri che ad affrontare le grandi questioni che condizionano il futuro del Paese.

Mentre il dibattito pubblico si è concentrato sulla riforma della legge elettorale, sulle dinamiche interne alle coalizioni e sulle consuete contrapposizioni tra maggioranza e opposizioni, continuano a rimanere sullo sfondo i nodi strutturali dell'Italia: una crescita economica insufficiente, una pressione fiscale che continua a penalizzare famiglie e imprese, una produttività stagnante, il declino demografico, l'inefficienza della pubblica amministrazione e i ritardi della giustizia.

Sul piano internazionale, l'attenzione si è inevitabilmente concentrata sulle tensioni che attraversano il mondo occidentale alla vigilia del vertice NATO. In questo contesto hanno suscitato sconcerto le dichiarazioni di Donald Trump nei confronti del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Al di là delle appartenenze politiche, il rispetto delle istituzioni democratiche e dei rappresentanti della Repubblica costituisce un principio non negoziabile. Quando viene messa in discussione la credibilità internazionale dell'Italia, non è una parte politica a essere chiamata in causa, ma l'intera Nazione.

Non meno significativo è apparso il dibattito sviluppatosi attorno all'identità del liberalismo italiano. Anche questa settimana non sono mancati improvvisati custodi dell'ortodossia liberale intenti a dispensare patenti di legittimità politica. Un esercizio tanto curioso quanto prevedibile, soprattutto quando proviene da esponenti con solide radici nella cultura della sinistra e una conversione al liberalismo tanto recente quanto opportunamente tardiva. Il liberalismo non è una moda politica, né un'etichetta da indossare secondo convenienza. In Italia esistono da sempre autentici liberali, pochi forse, ma coerenti, che hanno difeso la libertà economica, lo Stato di diritto, la concorrenza e il merito quando tali battaglie erano spesso impopolari. Non hanno bisogno di certificazioni rilasciate dai convertiti dell'ultima ora.

Da Liberaldemocratici Italiani continuiamo a ritenere che il vero spartiacque della politica nazionale non sia quello tra destra e sinistra, ma tra chi intende conservare un sistema che da troppo tempo soffoca crescita e opportunità e chi, invece, vuole riformarlo in profondità.

L'Italia ha bisogno di meno burocrazia e più libertà economica, di meno rendite e più concorrenza, di meno assistenzialismo e più opportunità. Ha bisogno di uno Stato efficiente e autorevole, non invasivo e onnipresente. Ha bisogno di investimenti, innovazione, capitale umano e fiducia nelle energie produttive della società.

La settimana che si chiude lascia dunque una sensazione contrastante: molto rumore attorno alle dinamiche della politica, troppo poco confronto sulle riforme necessarie al Paese. Eppure è proprio lì che si gioca il futuro dell'Italia: non nelle polemiche quotidiane, ma nella capacità di costruire una prospettiva di libertà, crescita e modernizzazione all'altezza delle sfide del nostro tempo.

 

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