Notizie dai Dipartimenti

Dipartimento Economia e Sviluppo

L’applicazione del nuovo regolamento europeo sui crediti deteriorate e l’impatto sulla vita dei cittadini

Questo intervento vuol significare la forte presa di posizione di questo Dipartimento e di tutto il Partito dei Liberaldemocratici Italiani contro la decisione intempestiva di applicare in Italia, a partire dal primo gennaio 2021, il nuovo regolamento europeo sui crediti deteriorati, ossia quei prestiti erogati dalle banche che rischiano di non essere più restituiti, o di esserlo solo in parte, a causa delle difficoltà dei debitori. Le nuove norme prevedono la svalutazione automatica nei bilanci bancari dei crediti in default, definiti tali dopo 90 giorni di ritardo di pagamento per un ammontare pari a 100 euro per le persone fisiche e 500 euro per le imprese. Cosa succederà? Concordiamo con il direttore generale dell’Associazione Bancaria Italiana, Giovanni Sabatini sul fatto che le nuove regole saranno in grado di “far attribuire la qualifica di cattivi pagatori a una platea molto più ampia di clienti, compromettendone l’accesso al credito e le prospettive di ripresa”. Il nuovo regolamento Europeo, adottato a marzo 2019, ben prima della crisi COVID, è stato approvato dalParlamento Europeo con 426 voti favorevoli, 151 contrari e 22 astensioni, e introduce delle nuove misure legislative per mitigare il rischio di possibili e futuri “non performing loans” (NPL), accumulati in seguito alla recessione provocata dalla crisi finanziaria del 2008. L’obiettivo di tali misure era di contribuire a rafforzare l’unione bancaria, preservare la stabilità finanziaria e la redditività delle banche e incoraggiare i prestiti, che creano posti di lavoro e crescita in tutta Europa. Conferendo parametri univoci per la categorizzazione degli NPL, si garantisce infatti la possibilità di uniformare anche la loro gestione e gli interventi – sia di natura commerciale tra Istituti che di natura legale e regolamentaria – da intraprendere per la copertura delle perdite derivanti. Ogni banca dovrà riservare una parte dei suoi profitti per coprire le perdite future causate da prestiti che potrebbero andare in sofferenza. I requisiti di copertura per le banche variano a seconda della garanzia di protezione del credito (se assistito da garanzie reali o scoperto). Il nostro attuale ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, in tale occasione, in sede europea, disse: “Questo nuovo regolamento rappresenta un ulteriore importante passo avanti nella riduzione dei rischi nel settore bancario. Il nuovo pratico ‘backstop’ garantirà che le esposizioni in sofferenza siano fornite con maggiore prudenza, mentre si evitano conseguenze negative indesiderate sull’economia reale, sui consumatori e su tutti gli altri prestatari”. Ora, backstop ha due significati. Letteralmente vuol dire “freno posto dietro”, ossia – riportando l’esempio sul tema in questione – uno strumento automatico che ti impedisce di esporti eccessivamente in perdita. Un altro significato, in finanza, stavolta però nell’accezione back stop (staccato), vuol dire “assicurazione di ultima istanza” per quote non sottoscritte di capitale, strumento con il quale si garantisce a chi emette dei titoli che tutti questi siano sottoscritti, sebbene ad un valore minimo. Non bisogna confondere i due termini, naturalmente. Anche se il nostro Ministro lo ha fatto, nei fatti. Infatti, ben conscio dell’impatto del COVID sul sistema bancario, soprattutto data la moratoria sui pagamenti del debito, il Ministro si è premurato di varare il 16 marzo 2020 una norma salvabanche, una specie quindi di back stop (seconda accezione) che consente alle banche di richiedere future deduzioni come crediti d’imposta. Tale norma è finanziata con soldi pubblici (quindi soldi dei contribuenti che vanno a finire alle banche). Le banche che vendono i loro NPL possono convertire le detrazioni future d’imposta in crediti d’imposta per un valore fino al 20 per cento del valore nominale dei prestiti che vengono venduti. La detrazione futura di imposta è una pratica concessa a tutte le aziende, ma si può attuare solo in caso di utili futuri. La trasformazione in credito d’imposta consente di beneficiare subito e anche in caso di assenza di utile del back stop. I crediti d’imposta possono quindi compensare (senza limiti) eventuali pagamenti fiscali. Se i crediti superano quanto dovuto al fisco, possono essere richiesti come rimborso. Le banche sono salve. Chi rimane schiacciato? I cittadini, che invece sono penalizzati dal backstop (prima accezione). Perché l’adozione di questo nuovo regolamento, infatti, non consentirà, ad esempio, di pagare le RID – i pagamenti automatici, come le rate del mutuo, o le bollette del gas – appoggiate sui conti correnti in rosso (100 euro per i privati e 500 per le aziende), con conseguente iscrizione del soggetto non pagatore nell’elenco dei cattivi pagatori dopo sole due rate non pagate. Questo comporterà a tutta questa massa di cittadini e imprese l’impossibilità di accedere al credito, dalla banale carta di credito, al leasing di macchinari, al leasing dell’auto, al mutuo per l’acquisto di una casa. E non solo. Vista la complessità del sistema per la cancellazione del proprio nominativo dall’elenco dei cattivi pagatori, questo stigma resta sulla persona – colpevole di aver sforato di 100 euro lo zero sul proprio conto corrente, 100 euro – per un tempo che va fino ai 36 mesi – TRE ANNI – dall’avvenuto pagamento di quanto dovuto. Ora, Noi chiediamo a questo Governo di salvaguardare l’interesse del cittadino attraverso l’adozione di due misure concomitanti:

  1. la riforma della CRIF e della SIC al fine che al momento del pagamento del dovuto il nominativo del pagatore venga cancellato immediatamente dall’elenco dei cattivi pagatori. Immediatamente, non dopo 36, 12 e neanche 6 mesi. Subito.
  2. Che il mancato pagamento di non 2 ma di 4 rate comporti l’iscrizione in tale elenco, proprio a causa della difficile situazione contingente.

Si tratta solo di mitigare gli effetti per la popolazione di una decisione presa tempo fa, per la quale però il governo si è subito impegnato a risarcire le banche. Torniamo quindi ad esprimere il nostro completo e deciso dissenso verso l’adozione di questa norma che, così fatta, non potrà che nuocere al popolo Italiano, e un monito forte al Governo: continuate così, e quando verranno le elezioni, sarà un’apocalisse.

Marco Palombi – 02 Gennaio 2021


Dipartimento Economia e Sviluppo

Cashback e Banca Centrale Europea

Ecco un estratto della lettera del 14 dicembre 2020 indirizzata al nostro ministero dell’economia dalla banca centrale europea, che ricorda l’imposizione di una stretta verifica dell’efficacia della limitazione della circolazione dei contanti nella riduzione dell’evasione (non nella lotta, ma nel risultato). Anche la misura del cashback, chiaramente indicata come misura esclusivamente destinata alla lotta all’evasione da parte dei piccoli e medi commercianti, viene messa in discussione. “The ECB acknowledges that incentivising transactions by electronic means of payment when purchasing goods and services for the purpose of combating tax evasion may, in general, constitute ‘public reasons’ justifying the dis-incentivisation, and the resulting limitation on, the use of cash payments. However, any such limitation or disincentive needs to comply with the legal tender status of euro banknotes enshrined in Articles 128(1) and 282(3) of the Treaty. Therefore, it would need to be demonstrated that the limitation affecting the legal tender status of euro banknotes would be effective to achieve the public objectives that are being legitimately pursued by the limitations. Hence, there should be clear evidence that the cashback mechanism is, in fact, capable of achieving the stated public goal of combating tax evasion.”Non si tratta di rilievi tecnici, come hanno provato a dire dal nostro ministero, bensì di un intervento forte sul merito delle misure di limitazione del contante e del cashback. A voi, cari amici, le conclusioni.

Marco Palombi


Dipartimento Legalità e Sicurezza – Inopportuno e surreale il Decreto Sicurezza (lamorgese-Conte).

La Camera ha approvato la questione di fiducia posta dal governo sul decreto Sicurezza. I sì sono stati 298, mentre i voti contrari sono stati 224. dopodiché il provvedimento passerà all’esame del Senato, in caso di approvazione, dovrà essere convertito in legge entro il prossimo 20 dicembre. Inopportuno e surreale che il Parlamento si occupa di questo provvedimento anziché delle vere emergenze del Paese. Il governo ha dimostrato di non avere la propensione e le capacità per governare il fenomeno migratorio, ritornando alle politiche “accogliamoli tutti” che hanno segnato i record di sbarchi di immigrati clandestini in Italia. Per Noi, resta il principio che solo chi ha diritto a entrare nell’Unione europea ha diritto a entrare in Italia.

Cosa cambia

Il provvedimento inserisce due criteri relativi alle possibili persecuzioni che impediscono le espulsioni dei migranti dall’Italia verso Paesi dove l’individuo potrebbe essere perseguitato: si tratta dei criteri “orientamento sessuale “e” identità di genere”. Per quanto riguarda il divieto o la limitazione di traffico e sosta delle navi in acque territoriali, non viene fatto più riferimento all’ingresso delle navi. Tra i cambiamenti inseriti, anche quelli che riguardano i tempi per ottenere la cittadinanza: con il primo decreto Sicurezza, per perfezionare la richiesta di cittadinanza bisognava attendere fino a quattro anni, pur avendone i requisiti. Un emendamento Pd, invece, ha riportato indietro nel tempo, con un iter della durata di 2 anni, con una possibile proroga di un anno. I richiedenti la protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno, verranno iscritti all’anagrafe, dopodiché gli verrà rilasciata una carta di identità valida per 3 anni. Stop alle maxi multe per le ONG che trasportano migranti: le uniche sanzioni saranno quelle previste dall’ambito penale. Il nuovo testo, infatti, prevede sanzioni tra i 10 e i 50mila euro, mentre nelle norme volute dal precedente governo si parlava di multe dai 150mila al milione di euro, in aggiunta alla confisca delle navi. Il decreto introduce anche norme che implementano il daspo urbano, dando al questore la possibilità di vietare l’ingresso in bar, negozi e ristoranti, anche per i soggetti che hanno riportato una o più denunce, o una condanna non definiva nel corso negli ultimi 3 anni, relativamente alla vendita o cessione di sostanze stupefacenti o psicotrope. Il provvedimento interviene anche sulle sanzioni per la violazione del divieto: la pena è pari alla reclusione dai 6 mesi ai 2 anni e la multa da 8mila a 20mila euro.

Le nostre osservazioni

Decreto Legge 21 ottobre 2020, n. 130 (nota come legge Lamorgese)[1]. Recante disposizioni urgenti in materia di Immigrazione, protezione internazionale e complementare, modifiche agli articoli 131-bis, 391-bis, 391-ter e 588 del codice penale, nonché misure in materia di divieto di accesso agli esercizi pubblici ed ai locali di pubblico trattenimento, di contrasto all’utilizzo distorto del web e di disciplina del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (20G00154) –  (GU n.261 del 21-10-2020). Vigente dal 22/10/2020. Composto da 16 articoli.

Sintesi delle principali modifiche apportate nel provvedimento

  • procedura accelerata per riconoscimento protezione internazionale;
  • l’iscrizione anagrafica per il richiedente protezione internazionale;
  • il trattenimento per identificazione (dai 180 giorni è diminuito a 90 giorni);
  • il sistema di accoglienza dagli enti locali e riduzione dei tempi per la presentazione della richiesta di cittadinanza che passa da 48 mesi a 36 mesi;
  • i reati commessi nei centri di permanenza per i rimpatri (previsto arresto facoltativo);
  • la modifica all’art. 131-bis del c.p. (pubblico ufficiale).

Le novità del presente decreto immigrazione riguardano le modifiche ai procedimenti di protezione internazionale, nonché le nuove fattispecie di reati con lo scopo di contrastare le indebite comunicazioni fra detenuti al regime di 41 bis e il traffico di stupefacenti online. L’abrogazione nel 2018 dell’art. 5 comma 6 (TUI –Testo Unico Immigrazione) del permesso di soggiorno per motivi umanitari, ha ridotto la rete delsistema di accoglienza dei richiedenti asilo. Mentre il nuovo decreto prevede “il permesso di protezione speciale a salvaguardia della vita privata e familiare dello straniero, nonché il permesso per calamità naturali c.d. climatici ecc.”. Pertanto è stato ampliato il numero dei permessi di soggiorno per i quali è possibile chiedere la conversione in permesso per lavoro subordinato. In particolare l’art.1 reca le Disposizioni in materia di permesso di soggiorno e controlli di frontiera. 1. Al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (TUI), sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 5, comma 6, dopo le parole «Stati contraenti» sono aggiunte le seguenti: «, fatto salvo il rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano»; b) all’articolo 6, dopo il comma 1, é inserito il seguente: «1-bis) Sono convertibili in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ove ne ricorrano i requisiti, i seguenti permessi di soggiorno: permesso di soggiorno per protezione speciale; permesso di soggiorno per calamità; permesso di soggiorno per residenza elettiva; permesso di soggiorno per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide; permesso di soggiorno per attività sportiva; permesso di soggiorno per lavoro di tipo artistico; permesso di soggiorno per motivi religiosi; permesso di soggiorno per assistenza dei minori. Il nuovo testo richiama l’art. 10 comma 3 Cost. che riconosce il diritto di asilo dello straniero, e ai principi internazionali in materia di diritti umani.

Il permesso per protezione speciale, prima circoscritto ai casi in cui pur mancando i presupposti per la concessione della protezione internazionale, lo straniero non poteva fare ritorno nel proprio Paese, per il rischio di essere sottoposto a tortura o trattamento inumano e degradante, è stato esteso anche ai casi in cui l’allontanamento dello straniero comporterebbe una violazione del diritto alla sua vita privata e familiare, valutata tenendo conto dell’effettività dei vincoli familiari dell’interessato, del suo effettivo inserimento sociale, della durata del soggiorno in Italia e dell’esistenza di legami familiari, sociali e culturali con il proprio paese di origine. Inoltre è favorita la stabilizzazione dei ricercatori stranieri in Italia, eliminando la necessità della preesistenza di redditi e copertura sanitaria perché gli stessi possano convertire il loro permesso di ricerca in permesso per attesa occupazione, una volta terminato il periodo di ricerca in Italia.

Il permesso per cure mediche consentirà anche lo svolgimento di attività lavorativa. È inoltre allargata la platea degli stranieri che possono restare in Italia in caso di problemi di salute. Infatti non è più richiesta la presenza di “condizioni di salute di particolare gravità”, bensì di “gravi condizioni di salute psico-fisiche o derivanti da gravi patologie”. È stato ridotto a 36 mesi il termine massimo di durata del procedimento per la concessione della cittadinanza italiana allo straniero. Il termine, prima di 730 giorni, era stato portato a 48 mesi e adesso nuovamente ridotto a 36 mesi, ma solo per le domande presentate dopo la conversione in legge del decreto in commento.

Novità in materia penale:

– accesso indebito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti;

– agevolazione delle comunicazioni dei detenuti sottoposti al 41-bis

– aumento di pene per il reato di rissa;

– estensione del c.d. daspo urbano;

– modifica dell’art. 131 bis c.p.;

– disposizione in materia di delitti commessi nei centri di permanenza per i rimpatri.

  • Espulsione e respingimento art 1

La normativa vigente prescrive il divieto di espulsione e respingimento nel caso in cui il rimpatrio determini, per l’interessato, il rischio di tortura. Con il nuovo decreto sull’immigrazione, si aggiunge a questa ipotesi il rischio che lo straniero sia sottoposto a trattamenti inumani o degradanti e ne vieta l’espulsione anche nei casi di rischio di violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare. In tali casi, si prevede il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale

In sostanza all’articolo 19 del TUI (Divieti di espulsione e di respingimento. Disposizioni in materia di categorie Vulnerabili) –  (Legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 17), il comma 1.1 è sostituito dal seguente: «1.1. Non sono ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell’esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. Non sono altresì ammessi il respingimento o l’espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l’allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica. …Omissis… dopo il comma 1.1 è inserito il seguente: «1.2. Nelle ipotesi di rigetto della domanda di protezione internazionale, ove ricorrano i requisiti di cui ai commi 1 e 1.1., la Commissione territoriale trasmette gli atti al Questore per il rilascio di un permesso di soggiorno per protezione speciale.

  • L’iscrizione anagrafica per il richiedente protezione internazionale art 3

modifica il D. L.gs.  del 18 gennaio 2015 nr. 142, attuativo della direttiva 2013/32UE[2]

  • l’art. 6 c. 7 d.lgs. 286/1998 del 1998, prevede l’iscrizione anagrafica dello straniero regolarmente soggiornante «alle medesime condizioni dei cittadini italiani» e il riferimento ad esso contenuto nella norma censurata è operato per dare atto della deroga introdotta;
  • l’art. 13 c. 1 lett. a), numero 1 d.lgs. 113/2018, prevede che il permesso di soggiorno costituisce documento di riconoscimento, in quanto i richiedenti asilo non possono ottenere la carta d’identità che presuppone la residenza anagrafica;
  • l’art. 13 c. 1 lett. b), numeri 1) e 2) d. lgs. 113/2018, sostituendo il «luogo di residenza» con quello di domicilio come luogo di erogazione dei servizi, conferma l’intenzione del legislatore di escludere i richiedenti asilo dal riconoscimento giuridico della dimora abituale operato grazie all’iscrizione anagrafica.

La Corte Costituzionale ha stabilito che il rifiuto dell’iscrizione anagrafica comporta uno stigma sociale e la lesione delle pari dignità sociale come prevede l’art. 3 della Costituzione Italiana (vds sentenza 31 luglio 2020 C. Costituzionale 186/2020)[3].

Pertanto è costituzionalmente illegittimo l’articolo del “decreto sicurezza” (art. 13 d.lgs. 113/2018) che esclude i richiedenti asilo dall’iscrizione anagrafica.

Nel presente nuovo provvedimento, sono apportate le seguenti modificazioni:

 a) l’articolo 5-bis è sostituito dal seguente: «Art. 5-bis (Iscrizione anagrafica). – 1. Il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno di cui all’articolo 4, comma 1, ovvero la ricevuta di cui all’articolo 4, comma 3, è iscritto nell’anagrafe della popolazione residente, a norma del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.

Per i richiedenti ospitati nei centri (misure di accoglienza e modalità straordinarie di accoglienza nei –CIE-) di cui agli articoli 9 e 11, l’iscrizione anagrafica é effettuata ai sensi dell’articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.

L’iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo, nel rispetto dell’art. 3 della nostra Costituzione, non fa altro che facilitare la regolarizzazione per tutti gli stranieri che vogliono venire e rimanere in Italia, acquisendo tra l’altro anche il documento della Carta di Identità per un periodo di tempo di 3 anni. Il precedente decreto sicurezza stabiliva che ogni richiedente protezione internazionale poteva ottenere il previsto permesso di soggiorno e che tale atto era valido anche come documento di identità. L’iscrizione anagrafica indubbiamente faciliterà il compito del Governo, perché così facendo si potranno distribuire più facilmente i richiedenti su tutto il territorio nazionale ed obbligare gli enti locali  all’iscrizione, mediante l’incentivazione di aiuti economici. Dato che l’iscrizione può essere avanzata anche per i migranti che si trovano ospiti nei centri di accoglienza, quei Comuni  di giurisdizione territoriale sono sempre obbligati a registrare i richiedenti senza potersi opporre a tale prescrizione.

  • Riduzione delle multe alle ONG art 1

Fermo restando quanto previsto dall’articolo 83 del Regio Decreto 30 marzo 1942, n. 327[4], per motivi di ordine e sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni di cui all’articolo 19, paragrafo 2, lettera g), della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il 10 dicembre 1982, resa esecutiva dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689, limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, il Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della difesa e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, e previa informazione al Presidente del Consiglio dei ministri, può limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale. Non trovano comunque applicazione le disposizioni del presente comma nell’ipotesi di operazioni di soccorso immediatamente comunicate al centro di coordinamento competente per il soccorso marittimo e allo Stato di bandiera ed effettuate nel rispetto delle indicazioni della competente autorità per la ricerca e soccorso in mare.

Nei casi di inosservanza del divieto o del limite di navigazione stabilito al periodo precedente, si applica l’articolo 1102 del regio decreto 30 marzo 1942, n. 327 e la multa è da euro 10.000 ad euro 50.000 (con il decreto precedente del 2019 era da 150.000 a 1.000.000 di euro).

L’Art. 1102 (Navigazione in zone vietate) –  (Codice della Navigazione), prevede che:

Fuori dei casi previsti nell’articolo 260 del codice penale, é punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a lire cinquemila:

1° il comandante della nave o del galleggiante, nazionali o stranieri, che non osserva il divieto o il limite di navigazione stabiliti nell’articolo 83;

2° il comandante dell’aeromobile nazionale o straniero, che viola il divieto di sorvolo stabilito nell’art. 793.

In questo caso la riduzione della multa, diversamente ad altri Stati dell’UE che mantengono la sanzione fino a un milione di euro, faciliterà ancora di più il servizio delle ONG a raggiungere le coste italiane per attraccare nei nostri porti, ed anche la multa ridotta da 10 mila  a 50 mila euro non verrà sicuramente applicata poiché basta segnalare tempestivamente al nostro Centro di Coordinamento nazionale che la ONG si trovava nelle condizioni di ricerca e soccorso immigrati. Inoltre, anche disattendendo gli ordini del nostro Governo non è prevista la confisca del mezzo navale senza un intervento giudiziario.

  • Reati commessi nei centri di permanenza art. 6 (disposizioni in materia di delitti commessi nei centri di permanenza per i rimpatri)

Per favorire la repressione dei reati commessi nei centri di permanenza per i rimpatri, è stata ampliata la nozione di flagranza di reato che ne consente l’arresto, estendendola fino alle 48 ore, e anche ai casi in cui l’autore del reato sia individuato attraverso documentazione video o fotografica.

  1. All’articolo 14 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, dopo il comma 7 sono inseriti i seguenti:

. «7-bis. Nei casi di delitti commessi con violenza alle persone o alle cose in occasione o a causa del trattenimento in uno dei centri di cui al presente articolo o durante la permanenza in una delle strutture di cui all’articolo 10-ter, per i quali è obbligatorio o facoltativo l’arresto ai sensi degli articoli 380 e 381 del codice di procedura penale, quando non è possibile procedere immediatamente all’arresto per ragioni di sicurezza o incolumità pubblica, si considera in stato di flagranza ai sensi dell’articolo 382 del codice di procedura penale colui il quale, anche sulla base di documentazione video o fotografica, risulta l’autore del fatto e l’arresto è consentito entro quarantotto ore dal fatto.

. 7-ter. Per i delitti indicati nel comma 7-bis si procede sempre con giudizio direttissimo, salvo che siano necessarie speciali indagini.».

  • Modifiche all’art. 131-bis del c.p. (pubblico ufficiale) art.  7

Il decreto stabilisce inoltre la inapplicabilità della causa di non punibilità per “particolare tenuità del fatto”.

All’art. 131-bis, comma 2, secondo periodo, del codice penale (Esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto. L’offesa non può altresì essere ritenuta di particolare tenuità quando si procede per delitti, puniti con una pena superiore nel massimo a due anni e sei mesi di reclusione, commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive, ovvero nei casi di cui agli articoli 336, 337 e 341-bis, quando il reato è commesso nei confronti di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni), approvato con regio decreto 19 ottobre 1930 nr. 1398, le parole: “pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni” sono sostituite dalle seguenti: “ufficiale o agente di polizia di sicurezza o di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria nell’esercizio delle proprie funzioni e nel caso di cui all’art. 343 (oltraggio a magistrato in udienza)”.

  • Per chi introduce cellulari in carcere art. 9

Viene introdotto il reato per chi introduce in carcere un cellulare a un detenuto: la pena va da 1 a 4 anni sia per chi lo introduce sia per chi lo riceve.

Per chi agevola il detenuto al 41-bis (L. n. 354 del 1975 – norme sull’ordinamento penitenziario)[5],  la pena è alzata da 1 a 4 anni a 2 a 6 anni. Nei casi di ipotesi aggravata (ovvero se il reato è commesso da pubblico ufficiale, da incaricato di pubblico servizio o da chi esercita la professione forense) il reato passa 2 a 6 anni a 3-7 anni.

E’ stato rimodellato il sistema sanzionatorio delle condotte di agevolazione delle comunicazioni dei carcerati sottoposti al regime del 41 bis (art. 391-bis c.p.) inasprendo le pene per gli autori dei predetti reati. Inoltre, è stato introdotto il nuovo reato di introduzione e utilizzo in carcere di dispositivi di comunicazione (art. 391-ter c.p.), che punisce chiunque procuri indebitamente o consenta ad un detenuto l’utilizzo di apparecchi telefonici o di comunicazione, o introduca in carcere i predetti. La pena è aggravata se il fatto è commesso da pubblico ufficiale, incaricato di pubblico servizio o dall’avvocato.

  1. Dopo l’articolo 391-bis del codice penale è inserito il seguente:

«Art. 391-ter (Accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti). – Fuori dai casi previsti dall’articolo 391-bis, chiunque indebitamente procura a un detenuto un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni o comunque consente a costui l’uso indebito dei predetti strumenti o introduce in un istituto penitenziario uno dei predetti strumenti al fine di renderlo disponibile a una persona detenuta è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni. Si applica la pena della reclusione da due a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale, da un incaricato di pubblico servizio ovvero da un soggetto che esercita la professione forense. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la pena prevista dal primo comma si applica anche al detenuto che indebitamente riceve o utilizza un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni.».

  • Daspo urbano art.11

È stato rafforzato il contrasto allo spaccio di stupefacenti nei luoghi pubblici e nei locali aperti al pubblico, ampliando i poteri del Questore previsti dall’art. 13 D.L. nr.14/2017 (convertito in L. nr. 48/2017)[6] ed in particolare consentendogli di imporre il divieto di avvicinamento o frequentazione di locali e luoghi pubblici anche alle persone semplicemente denunciate per un reato di spaccio nei predetti luoghi.

Si estende il meccanismo dell’oscuramento a quei siti utilizzati per la commissione di reati in materia di stupefacenti, per cui il solo fatto della partecipazione alla stessa sia punibile con la reclusione da sei mesi a sei anni.

Inoltre, per contrastare ulteriormente la lotta al traffico di droga, che si è diffuso molto su internet durante la recente emergenza epidemiologica, il Governo ha previsto che l’Organo del Ministero dell’interno per la sicurezza delle telecomunicazioni formi ed aggiorni un elenco di siti web che per ragioni oggettive risultino utilizzati al fine di favorire la cessione di stupefacenti. L’elenco viene notificato ai fornitori dei servizi di connettività, che devono inibirne l’accesso, pena l’irrogazione di una sanzione amministrativa da euro 50.000 a euro 250.000. 

L’art. 11 prevede “disposizioni in materia di divieto di accesso agli esercizi pubblici e ai locali di pubblico trattenimento”.

Al decreto legge del 20 febbraio 2017, n. 14, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 aprile 2017, n. 48, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 13:

  1. il comma 1 è sostituito dal seguente: «1. Nei confronti delle persone che abbiano riportato una o più denunzie o condannate anche con sentenza non definitiva nel corso degli ultimi tre anni per la vendita o la cessione di sostanze stupefacenti o psicotrope, di cui all’articolo 73 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, per fatti commessi all’interno o nelle immediate vicinanze di scuole, plessi scolastici, sedi universitarie, locali pubblici o aperti al pubblico, ovvero in uno dei pubblici esercizi di cui all’articolo 5 della legge 25 agosto 1991, n. 287[7], il Questore, valutati gli elementi derivanti dai provvedimenti dell’Autorità giudiziaria e sulla base degli accertamenti di polizia, può’ disporre, per ragioni di sicurezza, il divieto di accesso agli stessi locali o a esercizi analoghi, specificamente indicati, ovvero di stazionamento nelle immediate vicinanze degli stessi.».
  • Modifica art. 588 c.p. rissa

Sono state inasprite le pene per il reato di rissa portando la pena per la rissa semplice a 2 mila euro di multa, e la pena per la rissa aggravata (dalla morte o lesione di una persona) da un mimino di sei mesi ad un massimo di sei anni.

All’articolo 588 del codice penale: a) al primo comma la parola «309» è sostituita dalla seguente: «2.000,00»; b) al secondo comma le parole «da tre mesi a cinque anni» sono sostituite dalle seguenti: «da sei mesi a sei anni».

l’art. 588 c.p. prevede che:” chiunque partecipa a una rissa è punito con la multa fino a euro 309. Se nella rissa taluno rimane ucciso, o riporta lesione personale [582-583], la pena, per il solo fatto della partecipazione alla rissa, è della reclusione da tre mesi a cinque anni. La stessa pena si applica se la uccisione o la lesione personale, avviene immediatamente dopo la rissa e in conseguenza di essa”.

Si conclude asserendo che ad aggravare ancora di più il fenomeno immigrazione si  osserva che  il 18 novembre u.s. il deputato Pd. Stefano CECCANTI ha presentato un emendamento di modifica dell’art. 3 comma 4 del TUI nr. 286/98, alla Commissione Affari Costituzionali, la quale si  è  espressa in modo positivo, da aggiungere al convertente D.Lgs. sicurezza 130/2020, sulla cancellazione del limite massimo della quota flussi dei migranti per motivi di lavoro. Inoltre lo stesso emendamento dovrebbe escludere l’obbligo del Presidente del Consiglio di emanare entro ogni anno con scadenza il 30 di novembre l’emanazione di un apposito “decreto flussi”.In altri termini si può affermare che il provvedimento di legge in via di approvazione non fa altro che allargare le maglie in modo dissennato all’immigrazione con una serie di modifiche che abbiano sopra meglio esplicitato, a cominciare dai plurimi permessi di soggiorno per lavoro, alla riduzione dei tempi per l’identificazione degli immigrati irregolari, comprimendo il faticoso lavoro dei vari Organi interessati, quali soprattutto le FF.OO., non di meno l’obbligatorietà dell’iscrizione anagrafica che così facendo si potranno evitare quelle concentrazioni di persone negli stessi luoghi di permanenza. I nuovi cambiamenti normativi benevoli rendono quasi impossibile respingere o espellere un qualsiasi cittadino straniero irregolare dal territorio italiano. Non ultimo la cancellazione del limite massimo della quota flussi e quindi tutti saranno liberi di venire in Italia senza alcuna difficoltà. Tutto ciò sarà favorevolmente acclamato con entusiasmo dai paesi membri dell’UE con un aspettato plauso al nostro intervento legislativo fortemente accogliente. La nuova legge implicherà ulteriormente l’incremento continuo dei numeri degli immigrati irregolari nel nostro paese, senza poter ottenere al contempo quel tanto desiderato aiuto di redistribuzione tra i vari paesi dell’UE. In sostanza si tratta di un boomerang che si ritorcerà solo ed esclusivamente sulla comunità italiana, aggravando già l’esistente fenomeno nella nazione. L’azione politica buonista messa in campo con questo decreto sicurezza provocherà certamente ulteriore povertà in Italia, considerato che già registriamo più di 5 milioni di poveri, mentre se l’immigrazione crescerà in modo esponenziale, non si potrà fare altro che ricorrere necessariamente alla forza per contenere eventuali disordini sociali di sopravvivenza, il rischio è reale e non possiamo sottovalutarlo. In questo momento di grave crisi economica e di pandemia del COVID-19, l’Italia non si può permettere di accogliere ulteriormente all’infinito immigrati stranieri, soprattutto quelli economici, altrimenti si metteranno a rischio le difese di quelle persone che ne hanno veramente titolo


[1] https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/10/21/20G00154/sg

[2] https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/09/15/15G00158/sg

[3] https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?param_ecli=ECLI:IT:COST:2020:186

[4] https://www.gazzettaufficiale.it/dettaglio/codici/navigazione

[5] https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1975/08/09/075U0354/sg

[6] https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/04/21/17G00060/sg

[7] https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1991/09/03/091G0328/sg

Responsabile nazionale

Romeo Franco TENUTA


Dipartimento Legalità e Sicurezza – Avviata l’organizzazione

In sintonia con le indicazioni del documento politico e programmatico dei Liberaldemocratici Italiani, il Dipartimento inizia a muovere i primi passi. Il Responsabile Nazionale, Romeo Franco TENUTA, non solo ha creato un efficace modello organizzativo per favorire e realizzare interventi sistematici in materia di sicurezza e legalità, per competenze, conoscenze, capacità e abilità ma, ha tracciato le linee guida per Una Nuova Politica per la Sicurezza e la Legalità.

Linee generali e programmatiche del dipartimento

Partendo dalla citazione latina “sine cura”, ossia senza preoccupazione, priva di costruzione di fatti indesiderati, ovvero azioni che non provocheranno danni futuri e per ciò ritenuti sicuri, si potrebbe garantire una corretta sicurezza. Per sicurezza si intende quella condizione che rende e fa sentire di essere esente da pericoli, o che dà la possibilità di prevenire, eliminare o rendere meno gravi danni, rischi, difficoltà, evenienze spiacevoli, e simili. Per comprendere la sicurezza si potrebbe aggiungere anche quello stato di paura che può nascere dalla crisi economica, dal terrorismo, dalla malattia, dalla criminalità, dalla droga, dalla pedofilia ecc., tutte materie che possono condizionare le nostre esigenze, spingendoci a limitare i rischi, a non viaggiare, a non uscire, a non mangiare ciò di cui non si conosce l’origine, a non fidarci ed accettare sempre più sofisticate forme di controllo per sentirci al sicuro. Il fenomeno sicurezza rappresenta il pilastro principale per uno Stato, per cui quando si parla di questo argomento si vuole descrivere quel presupposto di tranquillità, di condivisione, di ordine, di rispetto delle norme, di benessere e di pace di un popolo. La sicurezza per uno Stato non deve essere interpretata solo come quella protezione dell’ordine pubblico e democratico, ossia il contrasto alla criminalità organizzata comune ed eversiva, ma dovrà essere analizzata in maniera più complessa ed estesa a tutte le categorie sociali, in quanto il tema ruota attorno l’intero apparato istituzionale pubblico e privato, nonché giudiziario, come i settori  che comprendono quello abitativo, in particolare quello residenziale popolare, il trasporto, la viabilità, la comunicazione, la sanità, l’ambiente, il commercio, l’economia finanziaria, la protezione dei confini, marittimo, terrestre ed aereo ecc.. In sostanza esistono diversi campi in cui è imprescindibile il coinvolgimento della sicurezza, se ne indicano alcuni così come segue: sicurezza nazionale e internazionale, in difesa da atti di terrorismo, catastrofi, terremoti, maremoti, uragani; sicurezza dei luoghi; sicurezza delle strade; sicurezza delle abitazioni; sicurezza alimentare; sicurezza delle informazioni; sicurezza stradale; sicurezza sanitaria; sicurezza informatica; sicurezza delle telecomunicazioni; sicurezza alimentare; sicurezza ambientale; sicurezza sul lavoro;  sicurezza dei confini;  sicurezza automobilistica; sicurezza aerea; sicurezza energetica; sicurezza elettrica. Certamente la sicurezza è soggetta a tutto il sistema giudiziario, che attraverso i suoi Organi Istituzionali mantiene il controllo del territorio e delle persone tutte le volte che violano le norme di legge in ogni ambito. Al comparto sicurezza è affidato l’uso della forza “ne cives ad arma ruant”, (impedire ai cittadini di precipitarsi alle armi) in Italia ed all’estero (in difesa degli interessi strategici italiani). L’apparato giudiziario controlla che la delega venga eseguita nei limiti imposti dalla legge, così come nel caso dell’emergente fenomeno dell’immigrazione clandestina, nel corso del quale le persone che entrano illegalmente nello Stato, determinano quella situazione di difficoltà di accoglimento e legalità, per cui gli emigranti non potendosi integrare nella società con il lavoro, sono verosimilmente costretti a delinquere per sopravvivere. E’ banale pensare che questa situazione si possa risolvere con un’accoglienza buonista e diffusa, quando in sostanza com’è evidente, non siamo in grado di sostenere economicamente e logisticamente questo grave fenomeno, che purtroppo spesso si traduce in sfruttamento e schiavitù da parte di organizzazioni criminali ed anche imprenditoriali legali, ledendo ogni forma di dignità di diritto umano delle persone. Partendo dal principio che si può di entrare in Italia in modo legale, tutti gli stranieri che intendono venire nel nostro paese dovrebbero utilizzare i canali ufficiali delle Ambasciate e Consolati Italiani sparsi nei vari paesi del mondo per ottenere la prevista autorizzazione per il tipo di ingresso come previsto dalla legge nazionale.  Diversa invece è la posizione per i richiedenti asilo che devono essere accolti, anche in base all’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 28/07/1951 (status dei rifugiati), «nessuno Stato contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche».  Anche l’articolo 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (2000/C 364/01) del 18/12/2000 (protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione), prevede che «le espulsioni collettive sono vietate» e «nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti». Senza una politica comunitaria europea, condivisa e coordinata, di redistribuzione degli immigrati, l’Italia e gli altri paesi del mediterraneo coinvolti dal caso, non sono in grado di accogliere e/o contrastare questo difficile fenomeno da soli, non bastano i fondi erogati dall’UE per contenere gli ingressi irregolari, necessitano altri importanti interventi con sufficienti dispositivi, risorse di uomini e strutture varie (quali in primis il lavoro, l’abitazione, l’istruzione scolastica/culturale, la formazione professione, ecc.) per sostenere adeguatamente un’integrazione solidale delle categorie degli immigrati. Non sono sufficienti le agenzie (Frontex – Europol ecc..) e le varie forze navali messe in campo dall’UE per arginare questo drammatico problema dell’immigrazione, occorre un pool di esperti multinazionali con l’appoggio concreto dei vari governi (tecnici delle sicurezze nazionali), per costruire velocemente un tavolo di lavoro in forma stabile, per essere pronti ad intervenire in modo efficace ogni qualvolta se ne presenta la necessità con tutti gli strumenti e fondi necessari. In Italia negli ultimi anni, nonostante il numero di tutte le forze dell’ordine è stato fortemente ridimenzionato, l’attività di controllo sulla sicurezza nazionale è fortemente aumentata anche per il crescente numero di reati commessi da immigrati irregolari (si ricorda che circa il 33% dei detenuti sono di nazionalità straniera). Tutto questo è avvenuto solo con il grande sforzo e l’abnegazione dei professionisti delle varie FF.OO., ma ciò purtroppo ha determinato chiaramente una flessione da parte di alcuni apparati di Polizia, snelliti di uomini, al contrasto della preminente esigenza della criminalità mafiosa territoriale nostrana, come si evince dal segnale di molti quartieri periferici di tante città metropolitane importanti, dove si è dimostrato un forte incremento di reati soprattutto nel campo della droga ad opera di clan stranieri, come nella fattispecie la mafia nigeriana. Sostanzialmente si può dire che le persone da controllare, sotto ogni direzione, sono aumentate ed il numero delle forze dell’ordine è diminuito, pertanto il sistema sicurezza viene messo in discussione e si fa finta che il problema non esiste, quando in realtà spesso non si può dare una risposta chiara ed adeguata alla comunità. E’ opportuno sviluppare concretamente una serie di sistemi avanzati di controllo digitali, onde ottenere una buona sicurezza attraverso il coinvolgendo di tutte le istituzioni, ognuno per la sua parte di competenza territoriale (Stato, Regioni, Comuni, Forze dell’ordine, Agenzie di Sicurezza, Polizie Municipali, non di meno associazioni varie del settore specifico, ecc.), al fine di superare e migliorare quelle inefficienze che si manifestato nei diversi comparti. Infine, occorre soprattutto un coordinamento vero, pratico, bene articolato, trasparente e costante, tra gli addetti ai lavori sul campo, tra le autorità giudiziarie e le varie forze di polizia, nonché tra queste e l’intelligence, che poi a sua volta dovrà essere necessariamente esteso a livello trasnazionale, al fine di combattere tutti i fenomeni criminali comuni ed eversivi che coinvolgono il nostro paese. Considerata la crisi economica mondiale, aggravata soprattutto in questo momento dalla pandemia sanitaria del Covid-19, non di meno dalla minaccia costante del terrorismo di matrice islamica, necessita una svolta epocale nell’ambito della sicurezza, che deve essere analizzata e sviluppata a 360 gradi, attraverso una politica innovativa e di cooperazione internazionale fattiva, senza tentennamenti nelle decisioni, affrontando nella sua interezza la questione che certamente coinvolge molti settori della vita produttiva economica della nostra Nazione. Serve un piano politico nuovo, un paradigma che sia inclusivo e sempre rispettoso dei diritti umani, osservando le pari dignità degli uomini senza discriminazione, senza distinzione di etnia, di religione, di sesso, di appartenenza a gruppi sociali o tendenze politiche. Occorre un’accoglienza immigratoria legale nel rispetto dei diritti internazionali, soprattutto in difesa della persona che ne abbia veramente titolo, per un’integrazione dignitosa, civile e democratica, solo così facendo si potranno ottenere concreti progressi significativi, a vantaggio principalmente di coloro che sono effettivamente perseguitati e sfuggono dalla violenza, dalle guerre, dalle discriminazioni sociali ecc..  Bisogna dire la verità ed essere reali, non nascondersi dietro al semplice buonismo, l’Italia, da sola, non può accogliere all’infinito tutte le persone in difficoltà economica che lasciano i loro territori d’origine in modo irregolare. Altrimenti si moltiplicheranno ulteriormente le baraccopoli (+ di 17), come si può ben constatare dalle tante presenze sparse su tutto il territorio nazionale, quali nella fattispecie quelli di Rosarno, di San Ferdinando di Puglia, di Cerignola, di Castel Volturno ecc., tutti ghetti di sfruttamento dei tanti immigrati in cerca di lavoro nero, perché irregolari e sprovvisti di permesso di soggiorno. Non è da paese civile non accorgersi del vero dramma e permettere quanto appena citato. In questo caso necessitano altre politiche globali di cooperazione stringenti per un aiuto concreto ed economico alle popolazioni povere. Non dimenticando tra l’altro che purtroppo attraverso l’immigrazione illegale, in special modo tramite i famosi barconi, si nascondono e giungono anche persone legate al mondo del terrorismo di matrice islamica, non escludendo i foreign fighters di rientro dai paesi in cui hanno combattuto, cosa purtroppo già avvenuta in diverse occasioni in questi ultimi anni, in cui è stato documentato come molti terroristi sono transitati dall’Italia per poi recarsi in nord Europa per commettere atroci attentati e causando diversi morti, sia singolarmente e sia con altri connazionali radicalizzati sul territorio. Naturalmente per ogni settore di competenza necessita la messa in campo di un appropriato sistema di sicurezza con tutti gli strumenti del caso, non di meno del comparto umano, che non necessariamente deve essere esclusivamente personale delle FF.OO.. Chiaramente questi, sono solo alcuni punti su cui il Dipartimento sarà chiamato nei prossimi a lavorare. E’ ovvio che per ogni tema bisogna elaborare un apposito documento specifico, con tutte le sue caratteristiche tecniche e giuridiche, onde fornire una visione esaustiva della materia a cui si vuole fare riferimento. Per concludere si può dire che la sicurezza totale si potrà acquisire solo in assenza di pericolo in senso assoluto, ciò che purtroppo difficilmente non si potrà realizzare nella vita reale, nonostante le varie norme legislative emanate con l’evolversi dei tempi in tutti i settori della comunità. Pertanto si dovrà mettere in campo il massimo sforzo da parte di tutti, su ogni direzione, per ridurre questo eventuale rischio.

Roma, 20 novembre 2020 – Romeo Franco TENUTA – Responsabile Nazionale